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Direttiva Case Green: quale scenario per l’Italia?

A cura di:

Giugno 3, 2024

Direttiva Case Green

La recente direttiva europea Energy Performance of Building Directive (EPBD), ribattezzata “Case Green” in Italia, è ora ufficialmente legge nell’Unione europea. 

Pubblicata l’8 maggio 2024 sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, la direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici è entrata in vigore lo scorso 28 maggio 2024. Gli Stati membri avranno due anni per adeguare le proprie normative nazionali, sebbene alcune disposizioni dovranno essere implementate già nei prossimi mesi.

Come si legge sul sito della Commissione Europea, gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico dell’UE, di oltre la metà del consumo di gas dell’UE (principalmente attraverso il riscaldamento, il raffreddamento e l’acqua calda sanitaria) e del 35% delle emissioni di gas serra legate all’energia. 

Attualmente, circa il 35% degli edifici dell’UE ha più di 50 anni e quasi il 75% del parco immobiliare è inefficiente dal punto di vista energetico. Allo stesso tempo, il tasso medio annuo di rinnovamento energetico è solo dell’1% circa.

In questo contesto, l’obiettivo dichiarato della EPBD è ridurre le emissioni e il consumo di energia negli edifici in tutta l’UE, dalle case e dai luoghi di lavoro alle scuole, agli ospedali e ad altri edifici pubblici, per raggiungere entro il 2050 un parco edifici neutrale dal punto di vista climatico

Cosa prevede la direttiva EPBD?

Ciascuno Stato membro dovrà adottare il proprio percorso nazionale per ridurre il consumo medio di energia primaria degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035

Per gli edifici non residenziali, sarà necessario ristrutturare il 16% degli edifici con le prestazioni energetiche peggiori entro il 2030 e il 26% entro il 2033. 

Gli Stati membri avranno la possibilità di esentare da tali obblighi alcune categorie di edifici residenziali e non residenziali, compresi gli edifici storici o le case di vacanza, a patto che si raggiunga almeno il 55% dei risparmi attraverso il rinnovamento degli edifici meno performanti del nostro patrimonio edilizio.

In altre parole, più della metà degli edifici inefficienti dovranno subire interventi di riqualificazione

Il contesto italiano

Com’è noto, l’Italia è uno dei Paesi Europei con la più alta percentuale di immobili residenziali di proprietà, ma è anche tra quelli con il livello di efficientamento energetico più basso

Secondo i dati di un recente rapporto pubblicato da Deloitte, infatti, nel nostro Paese ci sono 13 milioni di edifici (12 milioni per l’ISTAT), di cui circa l’89% a uso residenziale

Di questi 13 milioni di edifici, però, più dell’80% risulta inefficiente dal punto di vista energetico. Oltre l’83% degli edifici residenziali risulta infatti costruito prima del 1990 e più della metà (57%) è risalente addirittura a prima degli anni ‘70. 

Non stupisce, quindi, che gli immobili di classe energetica F e G nel nostro Paese superino il 60%, contro il 45% della Germania, il 25% della Spagna e il 21% della Francia. 

Intervenire su un contesto simile vuol dire mettere in campo investimenti economici enormi, che Deloitte stima tra gli 800 e i 1.000 miliardi di euro

Le criticità della direttiva

Come accennato prima, intervenire su un parco immobiliare vetusto come quello italiano presuppone investimenti ingenti, che coinvolgono nello specifico due aspetti

  • il superamento dell’utilizzo di combustibili fossili nei sistemi di riscaldamento e raffrescamento;
  • l’efficientamento energetico degli immobili (cappotto termico, sostituzione infissi, ecc.).

Com’è noto, il nostro Paese ha già mosso i primi passi verso la riqualificazione degli edifici anche attraverso il Superbonus 110%, che ha già generato un 5% di risparmio energetico frutto dei lavori eseguiti su 480 mila immobili, a fronte però di un costo complessivo a carico dello Stato pari a 114 miliardi di euro

Secondo i calcoli eseguiti dalla ANCE e riportati in un recente articolo su Affari & Finanza, per raggiungere il 16% entro il 2030 bisognerebbe intervenire su circa 1.470.000 di edifici, mentre per gli obiettivi fissati per il 2035 si sale a quasi 2 milioni, con un costo stimato da Cresme compreso tra i 285 e i 320 miliardi

La domanda alla quale, però, al momento, non si riesce a rispondere è la seguente: chi finanzierà questi lavori? 

Il commento della FENEALUIL

L’approvazione della direttiva Europea EPBD, altrimenti detta “Case Green”, permette certamente di compiere un passo in avanti nella consapevolezza della transizione ecologica, che passa soprattutto dalla riqualificazione abitativa, ma non possiamo nascondere una serie di temi che saranno oggetto di decisione politica quando questa sarà recepita.

La casa, per molti italiani, resta l’unico vero patrimonio, fonte di ricchezza per le famiglie. Occorre evitare un provvedimento attuativo che metta a rischio il valore degli edifici “poco efficienti” a causa dell’esoso impegno nella loro ristrutturazione, con il rischio che ricada totalmente sui proprietari e non sia accompagnato da strumenti incentivanti, come una finanza a credito strutturata appositamente, che eviti speculazioni e guadagni a soggetti bancari a danno dei soggetti economici coinvolti, ad esempio le imprese edili.

Sarebbe opportuno che i primi investimenti siano indirizzati a edifici pubblici, onde evitare sprechi e ridare subito ossigeno al settore delle Costruzioni e trarre nuovo sviluppo.

Gli incentivi devono essere indirizzati là dove ce n’è più bisogno, al contrario di come si è fatto nel Superbonus, dove il 10% più ricco della popolazione ha usufruito del 50% dei bonus edilizi, mentre il 50% più povero si è dovuto accontentare del 10% dei bonus.

C’è bisogno che la nostra attenzione ricada su abitazioni popolari (a esclusione di seconde case e immobili unifamiliari), introducendo incentivi legati al reddito e alla gravità dell’intervento, e di avviare un piano specifico sui grandi condomini e sulle periferie, dato che la classe energetica è proporzionale al reddito di una famiglia. Ciò significa che più è basso il reddito, più sarà bassa la classe energetica della propria abitazione.

Chiediamo che il provvedimento includa il principio di qualificazione e specializzazione delle imprese che potranno operare su questi edifici, con una storicità provata nel Settore, quindi senza imprese create ad hoc come nei recenti bonus edilizi, attraverso corsi di formazione specifici.

Infine, chiediamo che le risorse per la formazione abbiano un capitolo specifico, che tenga presente già ora gli impegni futuri e che provveda alla formazione di 80.000 addetti del Settore per affrontare questa sfida.

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