L’abitazione non è un semplice asset finanziario, né un bene di consumo intercambiabile: è un pilastro essenziale per la dignità umana. Eppure, il rapporto Oxfam “Nel baratro della disuguaglianza” rivela come il diritto alla casa sia diventato il terreno di scontro di una crisi sistemica.
Mentre a livello globale assistiamo a un paradosso – dove appena 12 individui possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità – in Italia si cristallizza il modello delle “fortune invertite”, come le definisce Oxfam.
In un Paese dove il 10% della popolazione detiene quasi i 3/5 della ricchezza nazionale (59,9%), l’accesso a un tetto dignitoso non è più un diritto garantito, ma rischia di diventare un privilegio.

Di cosa parliamo in questo articolo
Lo stato della povertà abitativa in Italia
Con 5,7 milioni di individui in povertà assoluta, in Italia l’abitazione emerge come il principale fattore di esclusione sociale.
Secondo i dati Oxfam:
- Quasi la metà (50%) delle famiglie in povertà assoluta vive in affitto. Per chi non possiede un immobile, il rischio di scivolare nell’indigenza è cinque volte superiore rispetto ai proprietari.
- Sebbene rappresentino solo il 9% della popolazione, i cittadini stranieri costituiscono il 31% dei poveri assoluti. Per i nuclei stranieri in affitto, l’incidenza della povertà tocca il record drammatico del 37,2%, aggravato da un mercato delle locazioni inquinato da pregiudizi e barriere razziste.
- Il 5,6% della popolazione vive in condizioni indegne: sovraffollamento, assenza di riscaldamento, mancanza di servizi igienici o acqua corrente.
L’impatto economico e il dilemma delle scelte incompatibili
Ad aggravare ulteriormente la situazione si aggiunge un altro fattore: la pressione economica sui bilanci familiari ha raggiunto livelli di guardia. Per il 20% più povero della popolazione, la quota di reddito destinata alla casa è cinque volte superiore a quella della fascia più abbiente.
Nei centri metropolitani, l’affitto divora oltre il 40% delle entrate disponibili: un peso enorme, reso ancora più schiacciante in un contesto di inflazione punitiva.
Tra il 2019 e il 2024, a causa dell’aumento dei prezzi e della stagnazione salariale, i lavoratori italiani hanno subito una perdita del potere d’acquisto pari al 7,1%. Questa situazione, unita alla deregolamentazione del mercato, spesso impone alle famiglie il “dilemma delle scelte incompatibili”: per mantenere un tetto, si rinuncia alla salute.
Non è un caso che la rinuncia alle cure mediche sia salita al 9,9% nel 2024, colpendo duramente anche le regioni del Nord, storicamente più protette, ma oggi travolte anch’esse dall’erosione del ceto medio.
Le categorie più colpite
Il disagio abitativo colpisce in modo particolare le fasce più fragili, alimentando quella “geografia del malcontento” che minaccia la tenuta sociale:
Riportiamo di seguito i dati più rilevanti del rapporto:
- Giovani e under-35: la deprivazione abitativa in questa fascia è esplosa, passando dal 7,6% del 2019 al 12,1% del 2024. La precarietà contrattuale impedisce l’accesso al credito e alla stabilità, confinando una generazione in un limbo abitativo;
- Famiglie numerose: il numero di figli è diventato un predittore di sovraffollamento e povertà, trasformando la natalità in una trappola economica anziché in un valore sociale;
- Studenti e precari: nei poli universitari, la speculazione immobiliare sta di fatto annullando il diritto allo studio, rendendo l’istruzione superiore un percorso riservato a chi ha già spalle coperte da patrimoni familiari.
Distorsioni di mercato e paradossi fiscali
Il mercato immobiliare italiano vive un paradosso strutturale: un vasto patrimonio di case inutilizzate coesiste con una scarsità cronica di alloggi accessibili.
Due fenomeni accelerano questa deriva:
- Turistificazione e gentrificazione: la proliferazione incontrollata degli affitti brevi sottrae immobili alla residenzialità di lungo periodo, con la conseguente fuoriuscita delle famiglie dai centri storici.
- “Paradiso Fiscale” per gli ultra-ricchi: in alcune città, come Milano, il mercato è distorto dal regime per i neo-residenti (una flat tax da 200/300 mila euro per i milionari stranieri). Questo attira capitali che gonfiano i prezzi degli immobili di pregio, generando un effetto emulazione che trascina verso l’alto i canoni per l’intera popolazione, rendendo le città proibitive per chi ci lavora.
Ne consegue che gli sfratti per morosità incolpevole sono anche conseguenza di questa situazione in cui, tra inflazione, salari immobili e prezzi delle case che aumentano, spesso i cittadini non hanno le risorse necessarie per coprire i costi della vita.
Politiche pubbliche
La risposta della politica alla crisi abitativa è stata limitata e insufficiente. L’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) è in costante declino, con 650.000 persone in lista d’attesa per un alloggio sociale che non esiste più.
Le scelte recenti hanno segnato un punto di rottura:
- da una parte, il Governo ha azzerato il Fondo Sostegno Locazioni, privando le famiglie di un ammortizzatore fondamentale contro l’inflazione;
- dall’altra, con il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione (ADI), l’Italia è diventata l’unico Paese dell’Unione Europea privo di uno schema universale di reddito minimo. La selettività delle nuove misure lascia migliaia di indigenti – non appartenenti a categorie tutelate – senza alcun supporto per l’affitto, spingendoli verso l’emergenza abitativa estrema.
Proposte per una transizione verso la giustizia abitativa
Per invertire la rotta sono necessari interventi radicali e strutturali. Nel suo rapporto, Oxfam indica i seguenti:
- Recupero pubblico dell’invenduto: riconvertire il patrimonio edilizio inutilizzato per scopi sociali, frenando il consumo di suolo e offrendo alloggi a canone calmierato.
- Regolazione dei flussi turistici: fornire ai sindaci poteri reali per limitare gli affitti brevi e proteggere la residenzialità.
- Riforma del catasto: superare le iniquità di un sistema dove rendite catastali obsolete favoriscono immobili di pregio a discapito delle periferie.
- Sostegno ai redditi e salario minimo: rifinanziare i fondi per l’affitto e introdurre un salario minimo legale, facendo sì che il lavoro torni a garantire un’esistenza dignitosa.
Conclusioni
Alla luce di quanto detto, la crisi abitativa rappresenta una ferita aperta nel nostro Paese. Ignorarla significa alimentare la frammentazione sociale e la sfiducia nelle istituzioni, con inevitabili ripercussioni tanto sul singolo cittadino quanto sull’intera società.
A tal proposito, riportiamo di seguito il commento del Segretario Generale della FENEALUIL, Mauro Franzolini:
“L’accesso a una casa dignitosa e a costi sostenibili è ormai un problema strutturale che colpisce giovani, famiglie, lavoratori e fasce sociali sempre più ampie. Servono politiche pubbliche stabili che puntino sulla rigenerazione urbana, sul recupero del patrimonio esistente e sul rilancio dell’edilizia sociale, superando una logica emergenziale che negli anni ha prodotto risposte frammentate e insufficienti.
In questo scenario, la questione abitativa non può più essere relegata a tema settoriale, ma deve diventare una priorità strategica dell’agenda pubblica: garantire il diritto all’abitare significa contrastare le disuguaglianze, rafforzare la coesione sociale e promuovere città più inclusive e sostenibili.
Citando il Prof. Ezio Micelli, membro italiano dell’Housing Advisory Board, ‘occorre pensare alla casa come infrastruttura’, fondamentale per il benessere collettivo, la coesione sociale e la qualità delle città, un bene di cui si deve occupare anche lo Stato, non solo il mercato.
Servono visione, coordinamento e strumenti concreti ma anche competenza tecnica e progettuale più che regole isolate. È compito della politica fornire strumenti in grado di avviare processi partecipati e partnership pubblico-privato che diventano essenziali per promuovere una rigenerazione urbana che sia anche sociale e ambientale.”







